9 giugno 2021

Tesori intestazione

Sfogliando le carte dell’archivio del Tribunale, alla ricerca di nomi, luoghi e vicende a volte terribili, ecco ad un certo punto emergere un documento particolare… una banconota da 1000 lire! Il fascicolo è datato 1923 perciò questo biglietto valeva all’epoca quasi 1000 euro di oggi. Perché allora si trova in Archivio? Sulla cartellina si legge “Capo d’imputazione: Spendita di moneta falsa”. Si tratta quindi certamente di un piccolo tesoro, ma falso! Le forature e altri segni apposti sulla banconota fugano qualsiasi dubbio. In questa stessa unità archivistica si trovano molti altri fascicoli processuali relativi allo stesso reato e ad essi sono allegate altrettante banconote false.

Quante e quali monete e biglietti allora si nascondono nei preziosi fondi giudiziari?

Con questa mostra virtuale l’Archivio offre al pubblico un saggio di esemplari di banconote contraffatte, dagli anni ’70 dell’Ottocento fino al primo periodo fascista, dalle più ingenue falsificazioni a quelle più elaborate. L’esposizione è stata arricchita da alcune perizie, che guidano il lettore nel riconoscimento dei segnali di allarme che in fondo non dovevano essere poi così chiari, e da un esemplare di cambiale falsa.

Gioverà al lettore sapere che all'indomani dell'unificazione politica del 1861 il sistema bancario italiano era composto da piccole ditte individuali, da pochi istituti pubblici e da alcune banche di emissione, con scarsa circolazione di carta moneta. L’Italia unita ebbe una moneta unica (la lira italiana, creata con la legge Pepoli del 1862), ma le varie banche della Penisola, che avevano emesso banconote prima dell'unificazione italiana, mantennero la facoltà di emettere biglietti anche nel nuovo Regno, con conseguente diversificazione dei biglietti, secondo gli stampatori, come gli stessi documenti esposti dimostrano.

Solo con la legge del 1893 e con le nuove regole per l’emissione si arrivò alla costituzione della Banca d'Italia, che risultò dalla fusione fra tre degli istituti esistenti e divenne l’unica depositaria per la stampa delle banconote. Talvolta è stato sostenuto che i primi disegni impressi fossero troppo semplici, e questo avrebbe agevolato la falsificazione.[1]

Dall’esame di alcuni fascicoli è emerso che il denaro contraffatto veniva frequentemente speso presso gli uffici postali e presso le Ferrovie dello Stato: nonostante gli stessi funzionari fossero piuttosto allenati ad individuare tali falsificazioni, potevano essere spesso raggirati. L’inganno veniva svelato al momento del versamento del denaro presso le banche, quando ormai era molto difficile risalire a chi avesse speso la moneta. Molti fascicoli penali con questo capo d’accusa riportano “Ignoti” alla voce imputati.

Tra tante banconote presenti nel fondo archivistico, poche sono le monete. Ne presentiamo una che, spacciata d’argento, all’occhio esperto del perito fu riconosciuta “composta di metallo inferiore fuso in apposito stampo, come si deduce dall’incertezza dei contorni e dalla porosità della superficie”.



[1] Per le informazioni sulle origini della Banca d’Italia e sulla prima monetazione in Italia si rimanda al sito della Banca d’Italia al link: https://www.bancaditalia.it/chi-siamo/storia/origini/index.html